«Così ho celebrato le nozze della natura con la scienza»

Dr. Ricchiuto

«Così ho celebrato le nozze della natura con la scienza»

In divisa, in Posta o in una fabbrica al Nord. Per un ragazzo del Meridione nato in un piccolo paese della Puglia e di una famiglia numerosa, era questa la speranza più grande. E nell’Italia di fine anni ’50, che viveva il boom economico, le occasioni per trovare il benedetto posto fisso, magistralmente celebrato anche in tempi attuali da Checco Zalone, non mancavano. Ma non tutti i lavori erano uguali.

Così, quando nella famiglia Ricchiuto arrivò quel pezzo di carta che sanciva l’ingresso di Giuseppe nella Guardia di Finanza, ai genitori parve una benedizione dal cielo. Posto fisso appunto, buon stipendio, possibilità di carriera.

Sta di fatto che pochi giorni dopo un ragazzo di Specchia (provincia di Lecce) partiva con destinazione Roma. «Eravamo in 260 provenienti da tutta Italia», racconta Giuseppe Ricchiuto, fondatore e presidente di Specchiasol, che incontriamo nella sua azienda di Bussolengo, «alla fine del periodo di lezioni in molti cominciarono a partire per varie destinazioni. Io e altri venti ragazzi invece rimanevamo lì. Ero un po’ preoccupato. Invece, poco dopo scoprii che mi era stato affidato un ottimo incarico, ovvero alla sede centrale della Banca d’Italia».

«Cosa ricordo di quel periodo?», aggiunge. «La grande professionalità dei colleghi, il vincolo di segretezza che non permetteva di parlare neppure con i familiari e poi le sacrestie con montagne di soldi. Sì, le sacrestie: erano chiamati così i bunker della banca centrale. Arrivavano tir stracarichi di carta moneta. Incredibile».

Ma nella Guardia di Finanza un periodo alle stazioni di confine era necessario per fare carriera.

«Feci domanda e mi ritrovai nell’estremo Nord dell’Italia. La destinazione era la Valtellina tra Bormio e Livigno. Oggi il turismo ha trasformato quei luoghi ma allora erano posti isolati. Pensi», spiega Ricchiuto sorridendo, «che il capo dei contrabbandieri era il parroco del paese. Noi lo sapevamo ed ogni tanto lo convocavamo in caserma. Quello allargava le braccia e ci rispondeva che non poteva fare altro, era suo compito procurare un pezzo di pane ai parrocchiani».

La carriera nelle Fiamme Gialle, procedeva nei giusti canoni. Tutto per il meglio? Non proprio. Almeno per il giovane Giuseppe, che a 26 anni ne combina una di quelle che mettono a dura prova i nervi di papà e mamma.

«Stipendio fisso, posizione, scatto biennale e incarico in un corpo prestigioso. Carriera e poi la pensione. Cosa volete che speri di più un ragazzo del Sud?», dice Ricchiuto riflettendo quasi con se stesso, «però, più pensavo alla mia vita così ben pianificata, più provavo un senso di frustrazione e soffocamento. Deve sapere che avevo trascorso una infanzia con un nonno, Santo Panese, che aveva un forno con venti o trenta operai. Io amavo stare tra quelle farine e percepivo quanto bello fosse avere una propria azienda. Essere un imprenditore».

Insomma, Giuseppe fa la mattana. Lascia la Guardia di Finanza e si mette a fare il rappresentante.

«Era il 1966, avevo 26 anni e tornavo a sognare», spiega con una certa commozione Ricchiuto. «Mi rimettevo in gioco in un’Italia che stava cambiando: si spendeva di più. Macchine, televisori, ristoranti, abbigliamento, tutto era in fermento. E per chi lavorava duro ogni porta poteva essere aperta».

Un po’ meno ottimista era la moglie (nel frattempo il ragazzo si era sposato) che non nascondeva preoccupazioni. Come pure i genitori, «che accolsero la mia decisione di lasciare un impiego sicuro con un tacito silenzio. E di questo li devo ringraziare ancora oggi».

Seguono due anni durissimi. Con Giuseppe che vende vernici industriali nel Padovano, ma deve imparare da zero un mestiere difficile come la vendita. Poi finisce a Verona come rappresentante di una ditta americana di cosmetici.

E qui siamo vicini alla grande svolta.

«A Verona ero solo e feci amicizia con l’erborista di Piazza Dante. Nelle nostre serate parlavamo anche di erbe e mi resi conto di quanto quel mondo fosse vicino alla mia sensibilità ed alla cultura popolare. Una sera si unì a noi il presidente degli erboristi italiani, che era di Vigasio. Mi affascinavano quei discorsi sul benessere con un approccio naturale. Tra l’altro comprendevo che era un mercato poco conosciuto. Per farla breve, decisi di entrare nel mercato delle erbe».

Un’altra bizzarria? La moglie di Giuseppe predica prudenza ma poi, come sempre, lo appoggia: «Lei è sempre stata la parte pragmatica della famiglia, io il coraggioso fino all’incoscienza. I suoi consigli sono stati sempre preziosi, siamo una bella squadra». Giuseppe entra in contatto con un francese di Marsiglia che cerca sbocchi in Italia. E comincia la nuova avventura. E c’era sempre Verona nel destino di quest’uomo del Sud. «Una sera, mentre ero col mio amico in erboristeria, entrò nel negozio un signore che mi venne presentato come Angelo Betti, direttore della Fiera», ricorda Ricchiuto. «In quel periodo la Fiera agricola era un po’ in calo, come pure il mondo dell’agricoltura, e lui suggeriva a chi lavorava i campi di produrre piante officinali. Da quei discorsi nacque l’idea di organizzare una fiera dell’erboristeria a Verona». «La prima rassegna fu nel 1976», prosegue l’imprenditore, «e fu un successo enorme. Anche in quel caso mi rendevo conto però che quel settore era ancora troppo artigianale. Pensate che i prodotti si misuravano in pozioni. Non in grammi o in chili, ma in pozioni. Cos’era una pozione? Quanto un erborista poteva prendere con tre dita giunte, come quando in cucina si prende l’origano per condire. Detto questo, il settore aveva potenzialità enormi». E dunque? «Dunque mi sono messo in proprio, con mia moglie che mi ha prestato 164mila lire per attivare una linea telefonica.

Perchè non usiamo quella di casa? mi diceva lei. E io rispondevo che una ditta doveva avere almeno un proprio ufficio e un proprio telefono...». Il problema a quel punto era trovare il nome. «Ci pensò mia figlia Susanna che mi disse: tu ami il tuo paese d’origine, che è Specchia. E il sole porta bene. Chiamala Specchiasol».

Detto fatto, parte la nuova attività e qui escono tutte le qualità che fanno un imprenditore di successo: serietà, coraggio e determinazione. Ma soprattutto, nel caso di Giuseppe Ricchiuto, il non transigere sulla qualità.

«Quando incontravo i primi clienti capivo che stavo proponendo una cosa importante, cioè la salute. Mi dicevano che vendevo erbe, che era di moda. Io rispondevo che quella era cultura del benessere. Io stesso volevo conoscere di più, e seguivo corsi di erboristeria e piante officinali. Ma il mio cruccio era che nell’erboristeria mancava totalmente l’approccio scientifico».

Poi una sera davanti alla televisione... «Sì, quella sera al telegiornale, forse come ultima notizia, dissero che l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, asseriva che occorreva recuperare la cultura popolare, ovvero la fitoterapia. Quella notizia mi diede nuove certezze. Ora, con l’Oms alle spalle, avevo meno paura. Dovevo cambiare pelle all’azienda».

L’occasione arriva quando un amico segnala a Giuseppe il nome di un dirigente che intendeva lasciare la Glaxo. «Il problema era lo stipendio. Lui prendeva ben oltre quello che io potevo permettermi. Lo incontrai lo stesso e gli parlai. Lui mi stette a sentire, poi mi disse che il progetto gli piaceva. Mi fece lo sconto sulla paga mensile e lo assunsi. Era Alfredo Torti, un lombardo laureato in farmacia e chimica che restò con me fino alla morte. Grazie a lui siamo riusciti a creare il connubio fra natura, tradizione e ricerca scientifica».

Il resto è storia recente: l’acquisto del capannone («un imprenditore deve avere uno spazio proprio») i rapporti con le università di mezza Europa ed il Cnr, l’azienda che viene impostata sugli stessi standard di una azienda farmaceutica, l’assunzione di decine di persone anche di altissima scolarità («conosco e voglio bene a tutti, sono la mia famiglia»). E ancora gli spazi a Bussolengo che si allargano, un secondo centro a Specchia e la diversificazione nei cosmetici.

Oggi Specchiasol è leader in Italia nella fitoterapia, ha superato i 30 milioni di fatturato con oltre cento dipendenti, settanta rappresentanti e ordinativi che vanno dalla Cina all’Arabia Saudita. E poi c’è l’azienda di cosmetici con 40 addetti.

Ma qual’è il segreto del successo di un ragazzo del Sud che diventa industriale a Verona?

«Il coraggio ed i valori», risponde Ricchiuto, mentre visitiamo i laboratori e il centro produttivo con macchinari farmaceutici di ultima generazione. «Per un imprenditore la soddisfazione non è arricchirsi ma vedere la fabbrica che si ingrandisce. E poi bisogna avere curiosità e voglia di sperimentare».

E del mercato dei prodotti naturali che oggi va molto di moda? «Bisogna avere rispetto per un consumatore che si rivolge a noi con fiducia».

Ci avviamo verso l’uscita della fabbrica. Dottor Ricchiuto, quanto ha contato Verona nel suo successo? «Amo il Sud ed il mio paese, Specchia, ma mi sento quasi veronese. Devo moltissimo a Verona. Qui c’è un forte senso del dovere ed un profondo rispetto per gli altri. Tutte le critiche che si sentono in giro sono fatte da chi non conosce questa bella terra».

 

INUMERI. Medicina naturale e tradizionale non sono antagoniste

Una scelta per 100 milioni di europei

In Europa più di 100 milioni di persone utilizzano l’omeopatia e la fitoterapia e 50 mila sono i medici che la esercitano. Nel mondo i medici sono oltre 500.000 e i pazienti che la utilizzano sono più di 600 milioni (secondo l’Oms), distribuiti in più di 80 Paesi. In Italia, secondo un recente sondaggio il 6% della popolazione si affida in modo continuativo alle cure mediche con rimedi naturali con una frequenza quotidiana o settimanale soprattutto per patologie croniche. E il mercato è in forte crescita. Ben più alta è la percentuale che utilizza integratori per il benessere. «Medicina tradizionale e naturale devono convivere senza estremismi. Il consiglio», spiega Ricchiuto, «è rivolgersi ad aziende serie. Pensi che otto pastiglie su dieci di vitamine o integratori in commercio sono prodotte così male che neppure si sciolgono una volta ingerite: come entrano escono. E poi, ad esempio, i fermenti lattici: alcuni in commercio sono materia morta. Per non parlare dei prodotti addirittura dannosi». Interessante la genesi della propoli. «Sono stato io a portare la propoli in Italia», racconta Ricchiuto. «Avevo intuito le proprietà benefiche di questo sottoprodotto delle api che veniva scartato. Una sostanza però dall’aspetto orribile. Ebbene, dopo un viaggio in Croazia e poi da un esperto a Parigi, e quindi al politecnico di Milano, ho dato vita ad un progetto che in due anni ha reso commerciale la propoli. E anche in questo caso la qualità conta».

23/10/2019
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